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  • Gilda Di Nardo

Io non sono il mio lavoro, riflessioni su lavoro e autostima


"Cosa vuoi fare da grande?", "Io senza lavoro non so stare", "Qualche lavoro bisogna pur fare", "Mi porto sempre il lavoro a casa", "Questo lavoro mi ha salvato la vita", sono alcune frasi che sicuramente avremo sentito che ci indicano quanto nella nostra società occidentale il lavoro a livello individuale e poi sociale sia centrale. D'altronde " Che lavoro fai?"è una delle prime domande che si rivolge all'interlocutore per conoscerlo meglio. Sulla scala di priorità della vita di ognuno, il lavoro occupa sicuramente uno dei primi posti e spesso finisce per essere l’elemento che definisce la nostra identità, cosa che per certi versi può essere positiva, ma spesso ha degli effetti collaterali, poichè finiamo talvolta col collegare il nostro comportamento, le nostre performance e la nostra produttività con la nostra autostima. Di certo un fattore rilevante è il grado di soddisfazione rispetto al proprio lavoro, ma questo è anche uno dei tranelli in cui è più facile cadere: "ho problemi a lavoro, il mio lavoro fa schifo" e finiamo con estendere le sensazioni di spiacevolezza alla nostra vita e soprattutto a noi stessi, talvolta rendendocene conto, altre volte semplicemente scivolando in un diffuso malessere in cui il lavoro assume il ruolo di protagonista nelle nostre lamentele così da divorare il nostro senso di benessere e minare la nostra autostima.La scrittrice e professoressa Elizabeth R. Thornton ha pubblicato un libro su tema lavoro e autostima, intitolato The Objective Leader: How to Leverage the Power of Seeing Things As They Are.L’autrice è partita proprio dalla sua esperienza personale. Nel libro racconta che il suo lavoro coincideva con la sua autostima a tal punto che quando ha iniziato a sperimentare i primi fallimenti, Thornton non è stata in grado di accorgersi di ciò che stava accadendo. Quando finalmente se ne è accorta, ha deciso di scrivere un libro. Thornton ritiene che l’unica arma per non lasciarsi inghiottire dal proprio lavoro sia l’obiettività. Solo grazie al pensiero razionale è possibile rendersi conto che la propria personalità non si esaurisce con il lavoro che si svolge. L’attaccamento emotivo al proprio lavoro è positivo, ma non bisogna eccedere. È necessario, infatti, ricordare che esistono tanti altri lati della propria personalità, che non hanno minor valore. Nel suo libro, Thornton ha identificato alcuni “schemi mentali” che influenzano la performance lavorativa. Alcuni si possono riassumere nelle seguenti espressioni: “Ho bisogno che gli altri mi apprezzino per ritenermi brillante” “Mi paragono costantemente con gli altri per determinare quanto valgo” “Devo essere perfetto/a in tutto ciò che faccio” “Il mio valore personale dipende da quanto sono in grado di controllare gli altri e i risultati” Questi schemi mentali rendono difficile lavorare obiettivamente e intrappolano l’individuo in un circolo vizioso e non virtuoso. Thornton incoraggia a smettere di lamentarsi e a costruire un’identità personale al di fuori del lavoro. Nel far questo fornisce alcuni – solo apparentemente – semplici suggerimenti: “Prova a lamentarti meno”. È lecito lamentarsi ma è necessario evitare di rimuginare troppo sulla faccenda. Ad esempio, stabilire un limite di tempo giornaliero per discutere della questione potrebbe essere utile. È necessario comprendere che non sempre si è in grado di controllare le conseguenze delle proprie azioni. In psicologia esiste il concetto di complessità del sé. Ciò significa che esistono varie facce dell’identità individuale. È quindi positivo intraprendere attività stimolanti al di fuori dell’attività lavorativa, come ad esempio iniziare un corso di fotografia o bere un caffè con un amico. Sembrano indicazioni banali, ma nella mia esperienza clinica vedo che alcuni tra noi si lasciano così pesantemente sopraffare dal lavoro ( vuoi per la fatica, vuoi per il malcontento) che perdono fiducia in se stessi e ciò li porta a non essere più sicuri delle proprie capacità. E poi si innesta un circolo vizioso: quando si ha paura di sbagliare si sceglie di non agire o magari ci si mette freneticamente in azione e ci si ritrova in un mare di fallimenti. E così si sente più incerti in ogni situazione e si ha difficoltà a reagire nelle situazioni problematiche. Ci si sente stanchi e senza futuro. A tutti è capitato di sentirsi insicuri rispetto alle proprie capacità, tuttavia, quando queste sensazioni persistono nel tempo, può nascere un vero e proprio blocco e la persona può iniziare a sentirsi inadeguata, non all’altezza della vita. In questo post mi sono soffermata sul legame autostima e lavoro ma sento di poter dire che in generale ciò di cui sto parlando vale anche per i momenti critici di relazioni, difficoltà ecc. Insomma talvolta se entriamo in una spirale negativa o più semplicemente la vita ci pone davanti una serie di ostacoli più o meno difficili, è facile che iniziamo a sentirci deboli, incapaci e ancor più sperimentiamo una filosofia al negativo " andrà tutto male" e imbarcarsi con questo spirito sulla nave della vita ci avvicinerà di certo maggiormente a fallimenti e malcontento che a una vita serena.

L'autostima non è qualcosa che viene data in dotazione alla nascina ad alcuni fortunati, né qualcosa che ci può essere data da altri nel corso della vita: l'autostima si conquista esclusivamente attraverso le esperienze personali ( anche quando queste sono negative occorre riuscire ad andare oltre). E' importante sottolineare che una bassa autostima non è una patologia o un disturbo di per sé, ma è sempre l'effetto di un problema o una difficoltà mal gestiti che si protraggono da tempo. Spesso chi ha una bassa autostima tende a creare un vero e proprio circolo vizioso che lo porta a sentirsi sempre più insicuro e incapace; sensazioni queste che possono generalizzarsi a tutti gli ambiti della vita; sul lavoro/scuola/università, in famiglia, nelle relazioni sentimentali e sociali. Talvolta, in questo circolo vizioso la persona giunge a sviluppare la certezza di essere assolutamente incapace e rinuncia. Talvolta, la persona cade nell'errore di pensare che inizierà quel progetto a cui è tanto interessata, si farà coinvolgere in una storia d'amore o accetterà quel lavoro ecc...quando si sentirà abbastanza sicuro di sé e fiducio di potercela fare. Non esiste errore più grande: l'autostima si conquista facendo, agendo, cambiando visuale e prospettiva, affrontando gli ostacoli e anche sbagliando. Talvolta risulta importante chiedere aiuto. Un buon percorso psicologico può aiutare la persona ad uscire, anche in tempi brevi, dal circolo vizioso trasformandolo in un circolo virtuoso, a sbloccare il cortocircuito che si è creato imparando, o reimparando, a fidarsi di se stessa e a gestire la propria realtà, anziché subirla.

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