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  • Gilda Di Nardo

Il corpo che urla, l'autolesionismo.


«La gente si innamora del proprio dolore al punto che non riesce più ad abbandonarlo. Lo stesso vale per le storie che racconta. Siamo noi stessi a tenerci in trappola».

Chuck Palahniuk, “Cavie”

In questo post voglio dedicare qualche riga all'autolesionismo, più che altro per dare qualche informazione a coloro che si ritrovano accanto a qualcuno che compie atti di autolesionismo. Innanzitutto per quanto la forma di autolesionismo più comune è quella di tagliarsi, ne esistono molte altre forme (colpirsi, provocarsi lesioni, tormentarsi i capelli e strapparseli, cercare di farsi del male sul volto e agli occhi ecc.) di entità più o meno grave. In generale è importante non ignorare l'autolesionismo, quale che sia l'entità del comportamento e indirizzare la persona da un professionista che ne possa valutare l'entità, il disturbo a cui la cosa è collegata e possa offrire adeguate strategie di supporto. Se il disturbo borderline e quello ossessivo compulsivo sembrano essere le condizioni principalmente collegate al comportamento autolesionistico, esistono tuttavia situazioni in cui il soggetto pur non rientrando in questo quadro diagnostico sviluppa tale comportamento. Tutte le forme di autolesionismo hanno in comune un attacco al corpo che esprime un disagio psicologico profondo. La ricerca del dolore è spesso un modo per diventare invulnerabili o insensibili alle altre forme di sofferenza creando un circolo vizioso in cui il paradosso è evidente e inquietante e se da un lato è probabilmente l'unico modo che la persona ha per tollerare il suo malessere è allo stesso tempo una richiesta di aiuto silenziosa. Molto spesso le persone tendono a nascondere questi comportamenti perchè se ne vergognano e tendono a mascherare con abbigliamento ed accessori i segni che si lasciano addosso oppure a inventare storie poco credibili per giustificarli. L'età di esordio di questi comportamenti è solitamente quella dei 14 anni e arriva fino ai 25 ma può anche capitare in età adulta. Oltre allo stile di personalità o ad un eventuale disturbo la pratica può essere legata anche ad aspetti culturali o stili di vita particolari in cui, in qualche modo il comportamento è quasi un modo di identificarsi col gruppo. Sebbene alcune forme di autolesionismo, come quella maggiore, siano decisamente poco frequenti, l'atto di ferirsi sta diventando molto frequente soprattutto tra le giovani adolescenti. I dati ci danno un quadro preciso: giovani donne dalla personalità introversa, soggetti solitari che cercano di immunizzarsi da tutto e da tutti. Spesso si tratta di adolescenti che crescono in un contesto iperprotettivo da cui cercano di uscire rifiutando proprio l'imperativo della massima protezione fisica (che probabilmente causa eccessive restrizioni). In altri casi è l'indigenza che causa il rifiuto della società e del corpo. Più in generale si rileva che l’autolesionismo è molto diffuso tra gli adolescenti e i giovani adulti con un'incidenza che tra queste fasce d’età oscilla tra il 15-20% (Ross et al., 2002) e l’esordio si aggira tra i 13 e i 14 anni (Herpertz, 1995; Nock et al., 2006; Withlock et al. 2006, Ross et al., 2002). Ricerche recenti suggeriscono che pensieri e comportamenti autolesivi si manifestino anche in soggetti più giovani, minori di 14 anni; inoltre hanno riscontrato che i pensieri autolesivi nelle ragazze tra i 13 e i 14 hanno una prevalenza del 22%, e fino al 15% di esse hanno tentato di farsi del male almeno una volta in 6 mesi (Stallard et al.,2013).L’autolesionismo in adolescenza è associato a depressione, stress, ansia, disturbi della condotta e abuso di sostanze (Nock et al., 2006) e a relazioni familiari disfunzionali, isolamento sociale e basso rendimento scolastico (Fliege et al., 2009). Per quanto anche nella mia esperienza la valutazione del significato del gesto autolesionistico richiede una ben precisa valutazione della storia del paziente, secondo le ricerche possiamo collegarlo principalmente a tre questioni precise:

Autolesionismo come strategia di coping

L’autolesionismo può costituire una strategia di coping e regolazione emotiva: di fronte allo stato emotivo indesiderato e vissuto come intollerabile, il soggetto si ferisce cercando di ripristinare uno stato tollerabile. Si potrebbe dire che la messa in atto di comportamenti autolesivi sia un tramutare in sofferenza fisica (quindi più reale e più facilmente gestibile) una sofferenza emozionale che non si sa come gestire: per un po’ ci si occupa solo del dolore fisico, distogliendosi temporaneamente da quello interiore (Chapman et al., 2006; Klonsky, 2007; Kamphuis et al., 2007). In questo senso l’autolesionismo sembra assumere la valenza di una strategia disadattiva di coping (nozione proposta da Favazza, 1998).

Autolesionismo come punizione autoinflitta

Una seconda funzione dell’autolesionismo è la punizione autoinflitta: sembra infatti che, per alcuni soggetti, tra l’autocriticismo e i comportamenti di autodanneggiamento esista una relazione causale (Nock et al., 2008; Hooley & St Germain, 2013).

Autolesionismo come comunicazione

Infine, l’autolesionismo può costituire una forma di comunicazione del proprio disagio. Attraverso le ferite, infatti, la propria sofferenza appare evidente agli occhi degli altri (Klonsky, 2007).

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