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Lacrime e rabbia

October 16, 2019

 

Da anni nel mondo scientifico si cerca di comprendere quali siano i meccanismi psicologici che sono all'origine del pianto e di classificare con precisione le differenze del pianto negli uomini e negli animali.

 

Per secoli le persone hanno pensato che le lacrime si originassero dal cuore; l’Antico Testamento descrive le lacrime come il risultato di quando il materiale del cuore si indebolisce e si trasforma in acqua. Più tardi, ai tempi di Ippocrate, si pensava che la mente scatenasse le lacrime. La teoria prevalente nel 1600 sosteneva che le emozioni, in particolar modo l’amore, riscaldassero il cuore, che generava vapore acqueo al fine di raffreddarsi. Il vapore del cuore sarebbe poi risalito alla testa, condensandosi vicino agli occhi ed uscendo sotto forma di lacrime (Vingerhoets, 2001). Infine, nel 1662, uno scienziato Danese di nome Niels Stensen scoprì che la ghiandola lacrimale era il corretto punto di origine delle lacrime. Fu il momento in cui gli scienziati iniziarono a scartare l’ipotesi che le lacrime possedessero un possibile beneficio evolutivo. Secondo la teoria di Stensen le lacrime erano semplicemente un modo per tenere l’occhio umido (Vangerhoets, 2001).

Ancora tanto c'è da capire ai giorni nostri, di certo sappiamo che nei bambini, le lacrime hanno l’ovvio ruolo cruciale di sollecitare l’attenzione e la cura da parte delle figure d’accudimento (Trimble, 2012) e che le forti emozioni causano le lacrime, negli adulti ma perché? C’è una sorprendente penuria di fatti certi a proposito di un’esperienza umana così fondamentale. Ma il pianto è più di un sintomo di tristezza, è stimolato da una gamma di sentimenti, che vanno dall’empatia e dalla sorpresa alla rabbia e all’afflizione e le lacrime sono un segnale che gli altri possono vedere. Non voglio perdermi tra teorie evolutive e sociologiche del pianto, piuttosto voglio soffermarmi su una specifica esperienza di pianto: piangere per rabbia. In genere tendiamo a collegare il pianto maggiormente alla tristezza o al dolore, ma avremo anche avuto esperienza di lacrime di gioia e di rabbia. Nel bambino il pianto rabbioso è facilmente osservabile perchè è solitamente connesso con gesti ed espressioni facciali che comunicano rabbia (sbattere giocattoli, urlare, scalciare) ed è più frequente anche perchè nei primi anni di vita il non verbale è il linguaggio più istintivo; nell'adulto può essere collegato a situazioni esplosive di rabbia o a rabbia repressa. La cosa che caratterizza quest'ultimo tipo di pianto è che, se nella situazione di rabbia esplosiva l'intera espressione facciale e corporea comunica chiaramente un eccesso di emozione di rabbia che fuoriesce anche attraverso le lacrime, nel nostro caso si ha invece un'incongruenza fra l'espressione corporea  avvilita, ripiegata in sè, l'espressione facciale più dolorante che rabbiosa e l'emozione di rabbia avvertita dal soggetto; la persona che piange afflitta pur sentendosi arrabbiata può avvertire l'incapacità di comunicare il proprio stato emotivo e sentirsi quindi impotente rispetto alla situazione e probabilmente incompreso. Più volte nella pratica clinica ho incontrato persone che mi hanno riferito di quest'abitudine comportamentale che tende a mettere la persona in forte imbarazzo e solitamente non lo aiuta affatto nè a comunicare nè a gestire la propria rabbia. Quello che molto spesso caratterizza le persone che se si arrabbiano piangono è il bisogno di comunicare la rabbia in modo attenuato, il pianto è proprio un mezzo per diluirla e solitamente evitare un conflitto ( anche banale), Questo compartamento è in molti casi collegato al timore della reazione altrui di fronte alla nostra collera, La persona che piange mentre è arrabbiata probabilmente, più o meno consapevolmente, teme che mostrare rabbia possa causare rifiuti, perdite, e persino violenza. In tal senso è opportuno riflettere sul proprio immaginario e sulle proprie esperienze legate  al conflitto e alla rabbia,   cercare di ampliare il proprio immaginario e fare riferimento anche ad esperienze "altre" dalla nostra, ad esempio osservare lo stile comportamentale di persone che riteniamo sappiano arrabbiarsi per bene, ovvero in maniera congruente ed assertiva. A volte dietro l'espressione della rabbia attraverso il pianto può anche esserci una strategia manipolativa più o meno consapevole  mirata appunto a disinnescare la rabbia altrui, "Se l'altro mi vede debole non mi attacca o si intenerisce", tuttavia questa strategia attuata più o meno consapevolmente è molto spesso fallimentare e di certo non sostiene una relazione ma ne alimenta solo aspetti di manipolazione o di potere. Come dicevo  qualche riga più su ciò che è importante fare è riflettere sul proprio immaginario e sulle proprie esperienze, sulla propria cultura famigliare relativamente a conflitto e rabbia e cercare di smussare lentamente le spigolosità del rigido copione 'rabbia= pianto'. Chiaramente in alcuni casi può essere indispensabile l'aiuto di un esperto, in generale è opportuno osservarsi, comprendere come si innesca lo schema , qual è il punto di non ritorno in cui la rabbia si tramuta in pianto. In generale è giusto considerare che se ci ritroviamo ad usare in maniera abbastanza usuale questo copione comportamentale, esso fa evidentemente parte della nostra storia di vita e quindi modificarlo richiede tempo e impegno, oltre che accettazione di noi stessi. La strada non è infatti quella di "violentarsi" sputando rabbia addosso all'altro alla prima occasione o di scimmiottare comportamenti rabbiosi che non  capiamo neppure, piuttosto nel tempo conoscersi meglio, imparare a comunicare in maniera più congruente rispetto alla stato d'animo che proviamo, magari imparando a prenderci degli spazi di elaborazione del nostro vissuto quando possibile, o trovando dei pensieri che ci aiutino e ci sostengano nel momento in cui vogliamo comunicare  che siamo arrabbiati.

 

 

 

 

 

 

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